Genesi (un anno fa)

(Foto personale)

Di te ho il rimasuglio inconsapevole di una memoria sottratta, come lo è del sonno una cipicchia lasciata all’occhio o dell’anima una bava di sale. E dal sangue mio le parole, che ancora trattengo, vorrebbero cavare la genesi prima che appassisca con me anche l’appartenenza.

Dell’intero che di te non so

(Foto personale)

Dell’intero che di te non so me ne farei bastare solo una goccia. 

La farei rimbalzare di qua e poi di là, spingendola a quel movimento circolare che il pensiero riconosce come ricordo. 

Vi saprei perfino affogare, piccola e a mani giunte, per smettere un po’ di respirare e far fiatare sulla mia bocca le tue parole perse. 

Vederle anche spingersi dal mare.

Genesi

(Foto personale)

Di te ho il rimasuglio inconsapevole di una memoria sottratta, come lo è del sonno una cipicchia lasciata all’occhio o dell’anima una bava di sale. 
E dal sangue mio le parole, che ancora trattengo, vorrebbero cavare la genesi prima che appassisca con me anche l’appartenenza.

La mia memoria ha una crepa


La mia memoria ha una crepa che porta il tuo nome.
Cavo voci presuntuose e violente che prima scrosciano e poi si storcono in rivoli per infilarsi dove niente ha una croce, dove mutacica e disordinata la tua parola si è andata a seppellire.

Penso che

(Foto personale)

Dell’intero, che io di te non so, me ne farei bastare soltanto una goccia. La farei rimbalzare di qua, poi di là, spingendola a quel movimento che nel pensiero si riconosce come ricordo. Saprei perfino affogarci piccola e, mani giunte, smettere un po’ di respirare per far fiatare sulla mia bocca le tue parole perse, vederle muoversi dal mare.

La Statua di sale

Ci sono storie che devi raccontare in punta di piedi, con delicatezza e rispetto.

Ci sono storie che hai paura di raccontare. Ma che devi raccontare.

Questa è una di quelle. E’ la storia di mia nonna.

Si chiamava Maria Teresa, proprio come me, ed è morta a 70 anni, la metà dei quali trascorsi in un ospedale psichiatrico, ricoverata per “psicosi da puerperio”, quella che oggi possiamo chiamare “depressione post partum”.

L’ignoranza dei medici e la vergogna dei familiari ha condannato mia nonna ad una vita-non vita, ha condannato una madre a non fare la madre, ha condannato due figlie a non essere figlie, un marito a non essere un compagno ma soprattutto a non saper fare il padre, e tutto perché all’improvviso Maria Teresa non era più la donna che gli altri riconoscevano, non era la madre che avrebbe dovuto essere, la moglie che avrebbe dovuto essere.

Gli anni in manicomio hanno fatto sì “che lo zoppo imparasse a zoppicare”trasformando la capacità di soffrire di una donna,  nell’incapacità di intendere e di volere di una malata.

Avevo sedici anni quando ho scoperto tutto questo. La reticenza, la rabbia e gli occhi tristi di mia madre mi hanno spinto a cercare una risposta a tutte le domande che le ponevo ma su cui era evasiva. Mia nonna era viva? Era morta? Perché non andavamo mai a casa sua? Perché non avevamo una sua fotografia?

Alla fine la testardaggine di una adolescente ha vinto sui segreti e da quel momento la libertà della verità ha sciolto ogni riserva e timore da parte di mia madre che finalmente, potendo piangere, mi ha raccontato la sua esperienza.

Ho saputo che mia nonna dopo la nascita di mia madre e mia zia era stata male, stava a letto e non faceva nulla (non infornava neanche il pane… un’attività fondamentale, suppongo, per essere ritenuta dalla sua famiglia un grave sintomo di malattia), le portavano mia madre obbligandola a farsi spazzolare i capelli, cosa che lei ha sempre detestato poi da adulta, fino a quando la situazione è stata evidentemente troppo pesante da gestire e perciò scaricata ad un’assistenza sanitaria che tutto ha fatto tranne riconoscerle la depressione.

Il resto è stato un susseguirsi di ricoveri in strutture psichiatriche che hanno definitivamente allontanato mia nonna dalla sua famiglia e dal mondo.

Crescendo mia madre ha iniziato ad andare da lei nei giorni di visita consentiti ma mia nonna non la riconosceva e non parlava più.

Quando ho scoperto tutto, anche io sono stata ammessa alle visite ma erano già trascorsi tanti anni di manicomio e nella ingenua speranza dei miei sedici anni, ero convinta che sarei stata capace di farla uscire fuori dai silenzi e di restituirle la dignità di una memoria.

Così non è stato. Per mia nonna sono rimasta “la ragazza dalle mani fredde”che la riempiva di parole, che riusciva a strapparle un sorriso, che le teneva compagnia nei pomeriggi domenicali e che ha avuto la fortuna di sentirla parlare qualche volta.

L’ho potuto fare solo per tre anni perché poi è morta.

Mamma è cresciuta privata dell’affetto di sua madre ma ancora peggio con l’idea che quanto accaduto fosse vergognoso; “la mamma di Rosetta è una statua di sale” così le dicevano quando era piccola e credo che sia un peso troppo grande per una bambina comprendere perché non hai una mamma che faccia la mamma.

Non aver riconosciuto i sintomi della “depressione post partum” ha condizionato i destini di tante persone, ha fatto sì che qualche cosa di curabile diventasse irreversibile. E’ vero è successo tanto tempo fa in un’epoca in cui il supporto psicologico forse era riservato a pochi e benestanti; la maternità era trascurata ed in campo medico tante cose ancora erano sconosciute.

Ma non posso fare a meno di pensare che se mia nonna fosse stata aiutata nel modo giusto avrebbe continuato a infornare il pane ancora per molti anni, avrebbe visto le sue figlie sposarsi, avrebbe conosciuto i suoi nipoti e avrebbe spazzolato i miei di capelli.

Spesso mi sono chiesta quanto nonna sia stata capace di capire il tempo, lo spazio ed il luogo in cui si è trovata durante tutti quegli anni e non potrò mai scordare quando, in una delle mie ultime visite mi disse:”Questo non è il posto per me”.

Mita

Quello che Teresa voleva

Stava ancora piovendo.

Teresa si strinse le braccia e continuò a guardare fuori dalla finestra.

“Sembra una pioggia fatta di lunghi aghi” pensò Teresa chiudendo gli occhi ed immaginando le punture fredde sulla sua faccia.

La pioggia aveva fermato il mondo nell’ombra.

Teresa non conosceva il tempo.

Sapeva solamente del giorno e della notte, ma tra l’uno e l’altra per lei non c’era niente.

Neanche l’attesa tra un altro giorno ed un’altra notte.

Viveva di immobilità: momenti che il tempo degli altri aveva già seppellito.

Tra qualche giorno avrebbe compiuto settant’anni ma lei non lo sapeva.

La memoria per Teresa era un vestito buono che si usa nelle occasioni speciali e lei di occasioni non ne aveva più.

Il suo vestito era rimasto appeso dentro un armadio da trent’anni, ma lei non sapeva neanche questo.

Ogni cosa si era fermata, sospesa a mezz’aria.

-“Teresa vieni a mangiare!” -la voce dell’infermiera staccò la sua faccia dalla finestra e la fece voltare.

Senza dire niente Teresa la seguì in una sala con tanti tavoli e tante sedie disposti in ordine.

Si sedette senza guardarsi attorno ma sentendo soltanto le voci mischiate all’odore della carne

“Oggi è il giorno della carne con il purè” pensò lei.

Mangiava piano Teresa, masticando 38 volte ogni boccone fino a quando la saliva lo impastava al punto tale da scioglierlo sul palato e soltanto allora lo ingoiava per ricominciare di nuovo.

-“Teresa, per favore, oggi cerca di fare in fretta. Lo sai che è il giorno in cui si ricevono le visite”- disse l’infermiera toccandole una spalla.

Come se per lei facesse differenza.

Teresa sapeva che era lì, che stava mangiando la sua carne, che poi le avrebbero fatto bere il solito bicchiere amaro colorato di giallo, ma non sapeva chi fosse quella ragazza con le mani fredde e perché venisse ogni volta quando mangiava la carne con il purè.

L’avevano fatta cambiare, l’avevano pettinata e le avevano detto di andare a fare la pipì.

Doveva solo aspettare.

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