La sfacciata contentezza

(Foto personale)

Adesso che l’età inizia a essere generosa nella memoria, io mi ricordo di quando con me ti muoveva la stessa voglia dei gattini ciechi di luce, covata sotto l’odore della sottana della natura e la contentezza al tuo nutrirti indovinato m’ingoiava. La stessa che in primavera dalla mia bocca, piccola, calava sugli sfacciati sucamèli.

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Vecchio post

(Foto personale)

Non sono abbastanza le dita strette attorno a quel bocciolo, capino alzato a lode di prossima vita né i denti, come ceri messi in fila pronti a cantare messa né il sale commosso delle mie stelle cispose al mattino.
Non sono abbastanza le danze raccolte tra quei capelli che sono senza vezzo e che ti fanno nido come trucioli di legno vergine.
Non sono abbastanza neanche gli occhi, o i nervi tesi delle sere di giugno, la bocca corolla per l’ape, i fianchi manici d’acqua dolce.
Per divenire tra le tue mani dovrei farmi niente, come fu prima il mondo nella mente di Dio.

Il peso delle lune

(Foto personale – bozzetto per decoro di Ghenosart)
Su di me il peso delle lune ha ammorbidito il miracolo di ogni dio e tuttavia sempre vergini ritornano i miei seni nelle tue mani, due ripari di foglie d’acanto.
Se ci penso io respiro lontano ed è come soffiare la zagara al mare che si meraviglia di riuscire a fare l’amore con l’aria.

Genesi (un anno fa)

(Foto personale)

Di te ho il rimasuglio inconsapevole di una memoria sottratta, come lo è del sonno una cipicchia lasciata all’occhio o dell’anima una bava di sale. E dal sangue mio le parole, che ancora trattengo, vorrebbero cavare la genesi prima che appassisca con me anche l’appartenenza.

Sfilacciamenti

(Foto personale)

Vorrei sfilarmi. Tirarmi via da un dito come un filo di lana e conoscere quanto lunga è stata la coscienza che mi ha fatto dire d’essere stata intera. Oppure disfarmi come le maglie di una rete, mai imbrogliata di sale e immaginare i nodi che sarebbero stati capaci di trattenermi, senza pesare al mare.

Stralcio

(Foto personale)

Per chi lo scorso anno non c’era e per chi ha voglia di rileggerlo:

…e quando strattonò gli occhi e ogni nervo per salvarsi invisibile da quella bocca ruvida e piena, su cui pareva lei avesse appeso le dita come capita alle foglie che se ne stanno ignoranti in coda all’autunno, gli si scollò un sospiro che l’aria confuse in un fruscìo…

Fertile (non è un caso quando, trascorso il tempo, le stesse parole ritornano lo stesso giorno)

(Foto personale) 

Ci siamo perdonati di avere incollato il vento alle nostre mani di carta piegata male e ci sono volute le api per insegnarci come si fa a sporcarsi di nettezza quando il dono è inconsapevole e poi pure i vermi ciechi per capire come farci fertili. Ci siamo perdonati d’essere stati uomini che hanno bucato gli orli con un dito per dire persa la felicità e di essere stati soltanto un mucchio di pensieri fragili se la prima aria di marzo ha potuto facilmente soffiarci in agosto imputridendo il grano. Ci siamo infine perdonati anche il perdono, quello ancora troppo asciutto da non saper chiamare sudore.