Fertile (non è un caso quando, trascorso il tempo, le stesse parole ritornano lo stesso giorno)

(Foto personale) 

Ci siamo perdonati di avere incollato il vento alle nostre mani di carta piegata male e ci sono volute le api per insegnarci come si fa a sporcarsi di nettezza quando il dono è inconsapevole e poi pure i vermi ciechi per capire come farci fertili. Ci siamo perdonati d’essere stati uomini che hanno bucato gli orli con un dito per dire persa la felicità e di essere stati soltanto un mucchio di pensieri fragili se la prima aria di marzo ha potuto facilmente soffiarci in agosto imputridendo il grano. Ci siamo infine perdonati anche il perdono, quello ancora troppo asciutto da non saper chiamare sudore.

Annunci

Natale (un post che vale sempre)

(Foto personale: questi dolci sono quelli che mia madre preparava per Natale. Io e mia sorella li facciamo adesso anche per lei. Nel ripieno c’è l’inverno delle noci e il ricordo dell’estate dei fichi seccati al sole. Quest’anno mentre li preparavo ho avuto un pensiero e ve lo lascio così come è venuto senza cura di elaborarlo, di arricchirlo con immagini o di perfezionarlo, lo scrivo semplicemente ed è il mio augurio)

Nascere è una promessa che si fa al tempo di avere cura dei silenzi quando l’armonia dell’aria attorno già basta, di condurre le mani come strumenti che non trattengono ma offrono, di dare ai piedi la strada senza dimenticare la necessità del riposo, di guardare le cose attraverso gli occhi con la stessa consapevolezza che la bocca ha del fiato e infine di riconoscere ogni singolo giorno come un nodo della memoria che non faccia scordare l’origine.

Un inverno e quattro pensieri

(Foto personale)

Ogni tensione dovrebbe cedere all’inverno, che sia di un filo o di un umore.
Curvarsi senza sbattere sul bianco che non è cielo e non è niente, eppure pieno.
Io che, quando scura presto, sembro vecchia da sempre e, tuttavia, non arrendo al fiato che gonfia l’assenza.
Ai piedi trecce e grovigli di lana, il freddo alle mani per dire che non è vittoria se la lode della messa dura solo una stagione.

Tra la caviglia e il polpaccio 

(Foto personale)

…su quell’orlo tra la caviglia e il polpaccio gli occhi gli vibravano come le punte gialle dei fiori che si scrollano di dosso l’aria dolce a primavera. E il desiderio che tutto, e tutto assieme, si sollevasse: il respiro e il petto e la gonna e infine la poesia che non sapeva dire.

(Per chi me lo ha chiesto, per chi non lo ha letto, per chi ha voglia di rileggerlo)

Lasciami dire (era il ventuno ottobre di un paio d’anni fa)

Sorgente: Lasciami dire

wpid-lino.jpg

Lasciami dire.
Di come è ricamata male la bellezza che mi credi addosso, perchè se tu mi rovesciassi vedresti bene trentanove nodi.
Le gonne dietro ai Salmi si tradiscono negli orli e nascosti sono pure i denti che hanno morso un silenzio per offerta.
Lasciamelo dire quanto poco vale la mia lingua che vuole fare della saliva un’acqua santa.

Dell’intero che di te non so

(Foto personale)

Dell’intero che di te non so me ne farei bastare solo una goccia. 

La farei rimbalzare di qua e poi di là, spingendola a quel movimento circolare che il pensiero riconosce come ricordo. 

Vi saprei perfino affogare, piccola e a mani giunte, per smettere un po’ di respirare e far fiatare sulla mia bocca le tue parole perse. 

Vederle anche spingersi dal mare.