Stralcio di una vita

Venne spogliata. 

Le furono levati gli ultimi segni della sua vita fuori e ogni vezzo cadde assieme alle ciocche di capelli che le tagliarono. 

L’acqua poi le tolse l’odore del mondo. 

E infine, scucita, le regalarono la pelle della bestia.

(Le foto qui sotto le ho scattate al S. Maria della Pietà, ex manicomio di Roma, in occasione delle #invasionidigitali organizzate da #romaslowtour. Le opere sulla facciata del padiglione del Museo della Mente sono di Luis Gomez de Teran. Il passato è la radice di un albero per questo credo che anche la “storia della follia” debba essere conosciuta e custodita per ricordare il passato di chi ha avuto i rami della propria vita potati.)

(Foto personale)

(Foto personale)

(Foto personale)

(Foto personale)

(Foto personale)

(Foto personale)

(Foto personale)

Fuori tempo

(Foto personale)

Ah labbra belle che parlate d’amore!
(e bucca che è nu sciauru d’arangara)
Insalivate il tempo per ingrassarvi dell’eterno
(abbampa e trema ma non sapi chi l’amuri è sulu n’armacera). 


-sciauru d’arangara
: profumo dell’Arancio. 

-abbampa
: brucia.

-armacera
: muretto a secco fatto con le pietre ricercando l’incastro tra di loro per assorbire le tensioni. Ci vuole tempo per costruirlo ma si rompe con pochi colpi se dati violentemente.

Tra forma e sostanza

(Foto personale)

Come essere tra forma e sostanza, qui mi indecide l’attrazione tra questo odore salino che subito la mente fa l’incavo del tuo braccio quando, dopo, sono quella costola mancante e la terra rivoltata dai poveri, dove il futuro è ancora un’intuizione nel ventre e io posso credermi qualunque nascita.
Talmente poi mi confonde la bellezza attorno che è un attimo avere la certezza che del sud un dio abbia voluto farne un’asola dell’anima per congiungervi la carne.

Quando ti appoggi sugli occhi

(Foto personale)

Quando ti appoggi sugli occhi io non ho il coraggio di muoverli, come se soltanto lì tu fossi piena e dentro quella trasparenza ci fosse per noi il tempo fermo di un altro incontro.

Quando ti appoggi sugli occhi ed è sera tu mi fai male, come se fosse una colpa qui essere viva e poi tremo che sembro un petalo di carta velina.

Quando ti appoggi sugli occhi un po’ traballi, come una risata sugli spruzzi di mare, e mi bagni la faccia e la carne morsa.

Quando vieni e ti appoggi sugli occhi è con lentezza che poi da me ti lasci, come la mano dal sonno fresco dei bambini.
(Per quanto tempo possa trascorrere niente di te mi abbandona)

Resina

(Foto personale)

Gli alberi si curano da soli. Così lei credeva e anche quella resina, che sapeva incollarle gli occhi, avrebbe potuto dirsi la prova che i suoi piedi bene avevano radicato alla promessa, eppure per ogni fruscìo calato dal cielo ancora nell’anima pareva spigrirsi l’odio. 

Seppi dopo

(Foto personale)

Seppi soltanto dopo la mia storia, quando imparai che non bastavano più le mie dita ai conti e avrei voluto allora corti rami di pero selvatico al loro posto e su ognuno bianchi corimbi eretti, per credere che il tempo immacola anche in mezzo alle spine, e frutta come un ventre.

La sfacciata contentezza marzo 2015

(Foto personale)

Adesso che l’età inizia a essere generosa nella memoria, io mi ricordo di quando con me ti muoveva la stessa voglia dei gattini ciechi di luce di seguire soltanto l’odore della sottana della natura, e la contentezza al tuo nutrirti indovinato m’ingoiava, la stessa che in primavera dalla mia bocca piccola calava sugli sfacciati sucamèli.
(Marzo 2016- Quando ricomincia primavera mi ritrovo sui passi questi fiori che da piccola chiamavo sucamèli perché, staccandoli, li succhiavo. Sotto casa mia c’era un prato grandissimo e il loro giallo lo inondava. Ogni volta che li guardo ripenso a quando ci correvo in mezzo fino all’unico mandorlo che in mezzo svettava e a un bambino che per me vi si arrampicò per rubare dai suoi rami il frutto. Ci sono sfacciate contentezze che vengono da lontano)