10 settembre (1922)

Quello che Teresa voleva

Stava ancora piovendo.

Teresa si strinse le braccia e continuò a guardare fuori dalla finestra.

“Sembra una pioggia fatta di lunghi aghi” pensò Teresa chiudendo gli occhi ed immaginando le punture fredde sulla sua faccia.

La pioggia aveva fermato il mondo nell’ombra.

Teresa non conosceva il tempo.

Sapeva solamente del giorno e della notte, ma tra l’uno e l’altra per lei non c’era niente.

Neanche l’attesa tra un altro giorno ed un’altra notte.

Viveva di immobilità: momenti che il tempo degli altri aveva già seppellito.

Tra qualche giorno avrebbe compiuto settant’anni ma lei non lo sapeva.

La memoria per Teresa era un vestito buono che si usa nelle occasioni speciali e lei di occasioni non ne aveva più.

Il suo vestito era rimasto appeso dentro un armadio da trent’anni, ma lei non sapeva neanche questo.

Ogni cosa si era fermata, sospesa a mezz’aria.

-“Teresa vieni a mangiare!” -la voce dell’infermiera staccò la sua faccia dalla finestra e la fece voltare.

Senza dire niente Teresa la seguì in una sala con tanti tavoli e tante sedie disposti in ordine.

Si sedette senza guardarsi attorno ma sentendo soltanto le voci mischiate all’odore della carne. 

“Oggi è il giorno della carne con il purè” pensò lei.

Mangiava piano Teresa, masticando 38 volte ogni boccone fino a quando la saliva lo impastava al punto tale da scioglierlo sul palato e soltanto allora lo ingoiava per ricominciare di nuovo.

-“Teresa, per favore, oggi cerca di fare in fretta. Lo sai che è il giorno in cui si ricevono le visite”- disse l’infermiera toccandole una spalla.

Come se per lei facesse differenza.

Teresa sapeva che era lì, che stava mangiando la sua carne, che poi le avrebbero fatto bere il solito bicchiere amaro colorato di giallo, ma non sapeva chi fosse quella ragazza con le mani fredde e perché venisse ogni volta quando mangiava la carne con il purè.

L’avevano fatta cambiare, l’avevano pettinata e le avevano detto di andare a fare la pipì.

Doveva solo aspettare.

Seduta in giardino Teresa dondolava ad occhi chiusi la sua testa su e giù, su e giù.

La pioggia aveva smesso di cadere improvvisamente e leggero il profumo dei fiori d’arancio s’insinuava, intrecciandosi, tra i suoi capelli.

Sorrideva senza saperne il motivo, ma era come se quel profumo le abbracciasse il cuore risvegliandolo a quello che lei pensava fosse il ricordo.

Era soltanto un attimo, poi il profumo volava via e Teresa si toccava i capelli con le mani, li arruffava, li scompigliava, li separava ciocca per ciocca per ritrovarlo.

-“Ciao!”- disse una ragazza.

Teresa aprì gli occhi quel poco che bastava per  intravedere la ragazza dalle mani fredde.

-“Come stai nonna?”- le chiese la ragazza dandole un bacio.

Perché la chiamava nonna Teresa proprio non lo capiva ma in fondo ne era contenta.

Anche se non le rispondeva.

Anche se non la guardava.

Ne era contenta.

La ragazza asciugò la panchina, si sedette accanto a lei e le prese una mano.

-“Perché le tue mani sono così fredde?” -chiese Teresa.

-“Non lo so, le ho sempre avute fredde, anche quando ero piccola, anche d’estate, anche con i guanti”- rispose la ragazza.

Non parlavano molto quando erano assieme ma stavano bene lo stesso così.

Ascoltando il loro stesso silenzio erano riuscite a creare l’equilibrio in un’apparente solitudine.

Certe volte un urlo spingeva via con forza il loro silenzio.

La ragazza non si era ancora abituata a quelle interruzioni improvvise, alle lacerazioni che senza alcun presentimento tagliavano l’aria.

Dimenticava che in quel posto le parole rimangono chiuse fino ad esplodere.

Teresa no, lei invece non sentiva niente.

Aveva avuto tante notti e tanti giorni per abituare la sua testa al silenzio.

La paura nel buio l’aveva provata e provata e provata ancora, fino a quando era riuscita a cucirla dentro al materasso per dormirci di sopra.

Quel giorno la ragazza dalle mani fredde aveva portato una foto.

Uno di quei ritratti in bianco e nero in cui i contorni delle facce sono sbiadite e le persone sembrano sempre più vecchie.

-“Ti riconosci nonna?”- domandò sorridendo la ragazza.

Teresa guardò la foto, la tenne tra le mani e con un dito seguì la linea di una donna dai tanti capelli raccolti ed appuntati in alto sulla testa.

Era bella quella donna.

Era bella come un albero forte.

Era bella come un frutto estivo.

Era bella come il mare dov’era nata.

Teresa lasciò che la foto cadesse ai suoi piedi, le sue mani la lasciarono scivolare piano come la sua mente aveva fatto con i ricordi.

Si che si riconosceva Teresa.

Riconosceva le scarpe bianche con cui aveva ballato il giorno del suo matrimonio e che erano troppo strette per lei, le stesse scarpe che si era tolta la prima notte quando la sua felicità s’insaporiva di rosolio.

Guardò la ragazza dalle mani fredde che le stava ancora sorridendo, guardò i suoi capelli, li toccò come se avesse toccato quelli della foto.

Teresa chiuse di nuovo i suoi occhi e cominciò a dondolare la testa su e giù, su e giù.

Lentamente, come la lacrima che camminava ora tra le sue rughe.

Piangeva Teresa della sua ombra voluta con dolore per sopravvivere, piangeva per mani fredde che non poteva stringere e per capelli che non poteva accarezzare.

Solamente il profumo dei fiori d’arancio: era questo quello che Teresa voleva.

Nota: Ho scritto questa storia più di 15 anni fa e questo post non è nuovo sul blog. Io lo riposto oggi, giorno della nascita di mia nonna. Lei non c’è più. La sua è stata una storia difficile e io non voglio perderne la memoria.

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14 pensieri riguardo “10 settembre (1922)

    1. Sono io che ringrazio te per pensarlo ma il mio è un cuore come ce ne sono tanti, e come tanti lo ferisco…forse sto solo imparando a riconoscere la voce che c’è tra un battito e l’altro.
      Ascoltare e ascoltarsi insomma. E poi c’è la memoria, l’origine , gli elementi semplici da cui si nasce e che non vanno dimenticati.
      Ti abbraccio grandemente Massimo!

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    1. Ho scoperto di avere una nonna quando avevo 16 anni. Non conosco tutta la sua storia e per mia madre era doloroso parlarne così ho immaginato e continuo a immaginare la sua vita. Certo è che vivere “da matta” per quasi 40 anni è una cosa che non può raccontarsi.
      Non so se ne andrebbe fiera ma io di sicuro non uso né userò il silenzio per ricordarla. Era una donna prima d’essere mia nonna. Era sana prima di confinarla nell’aria per l’ignoranza. ..
      Che sia un felice fine settimana anche per te Nwb e grazie…

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    1. Il fatto che chi legge (come te) questa storia ha voglia di lasciare un segno ti assicuro che è già per me un modo per rinnovare la sua memoria e trasferirla in chi tante cose non le conosce. E sorrido perchè il suo silenzio alla fine diventa una voce non soltanto mia…perciò sono io che ti ringrazio per il pensiero che hai avuto e un abbraccio lo rinnovo a te! 🙂

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