L’ignoranza è un pozzo da riempire di scienza

david copperfield

 

(foto personale)

Questo post nasce da una riflessione e da un paio di menzioni da parte di Primula ed Elena  (grazie!) che hanno pensato al mio blog scegliendolo per il Lovely Book Award.

Ho sempre avuto molta difficoltà a partecipare a questi giochi e anche in passato ogni volta che ricevevo una nomina ringraziavo ma spezzavo la catena.

Questo premio è arrivato proprio quando pensavo alla mia ignoranza in fatto di libri.

Leggendo un po’ qui e un po’ là rimanevo a bocca aperta di fronte alle citazioni di titoli e autori che neanche per sbaglio nello schema libero di Bartezzaghi avevo mai incontrato (e -intendiamoci- non parlo solamente di letteratura contemporanea!).

Ho iniziato così a pensare che davvero la mia ignoranza fosse abissale ma è stato allora che Italo Calvino, una sera “parlando“, mi ha messo una mano sulla spalla per consolarmi:

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito:

«Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»

Questo avviene almeno tra quelle persone che si suppongono «di vaste letture»; non vale per la gioventù, età in cui l’incontro col mondo, e coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro.

Il prefisso iterativo davanti al verbo «leggere» può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture «di formazione» d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.

Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint-Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell’Ottocento sono più nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s’incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola che non aveva mai letto, si decise a leggere tutto il ciclo dei Rougon-Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimo saggio.

Questo per dire che il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d’averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest’altra formula di definizione:

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza

per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza

non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli

 per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza dell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare

sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando

si nascondono nelle pieghe della memoria

mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

Per questo ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch’essi cambiano, nella luce d’una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l’incontro è un avvenimento del tutto nuovo.

Dunque, che si usi il verbo «leggere» o il verbo «rileggere» non ha molta importanza. Potremmo infatti dire:

4. D’un classico ogni rilettura

è una lettura di scoperta come la prima.

5. D’un classico ogni prima lettura

è in realtà una rilettura.

 

Non posso negare di avere tirato un sospiro di sollievo all’idea di poter recuperare il tempo perso e di trasformare l’ignoranza in un pozzo invece da riempire di scienza.

Il fatto di non conoscere, infatti, mi spinge verso la curiosità di sapere, di apprendere, di imparare.

Ho iniziato a frequentare i mercatini dell’usato dove la polvere dei libri,anche classici, viene soffiata via per due euro.

Ma c’è un’altra cosa a cui penso quando vedo un libro: mia madre.

Fu lei a regalarmi il primo vero libro della mia vita, dopo le favole; quello che ho sempre portato dietro fin dal primo trasferimento a Roma.

Il libro è quello che vedete nella foto: David Copperfiel di Charles Dickens (la cui storia francamente non ricordo).

La bellezza della copertina mi aveva catturato, quell’oro sulla cornice, quei caratteri e poi c’erano tante pagine da leggere. Un’impegno per una ragazzina.

Penso a lei ogni volta che lo tocco.

Ed è strano che la lettura mi faccia venire in mente mia madre quando invece sono (e lo sono sempre stati) mio padre e mia sorella i lettori più accaniti in famiglia.

Credo che il motivo sia lo stesso per il quale mia sorella continua a comprare la Settimana Enigmistica al posto di mia madre.

E mentre sto scrivendo a tornarmi alla memoria è L’isola di Arturo di Elsa Moranteche anni dopo lessi soltanto perché lei mi chiese se lo avessi già fatto.

Anche di questo libro non ricordo la trama ma non ha importanza, almeno per me, perché a volte i libri servono anche a ricordare la tua di storia.

Quella che ha gli anni piegati e segnati come orecchie sulle pagine, quella che pensiamo di conoscere a memoria ma che di tanto in tanto vale la pena di “rileggere”.

 

 

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28 pensieri riguardo “L’ignoranza è un pozzo da riempire di scienza

  1. Bellissimo post! Rileggere è una grande esperienza formativa, si riscoprono elementi considerati secondari o non considerati affatto a una prima lettura, non si rimane ancorati al progredire della trama ma si vive con i personaggi, si entra completamente nel loro mondo.
    Avere molti libri da conoscere ancora in età più matura consente di fare progetti e di investire in cultura, la vera ricchezza.
    Complimenti Mita 🙂
    Primula

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    1. Grazie Primula….sai che questo post è anche grazie a te se l’ho scritto 😉
      Lo scrissi una volta a un blogger la cui scrittura mi piace molto che sto imparando a leggere ed è vero!
      Ti abbraccio :*

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  2. Per fortuna il nostro “magazzino” è incolmabile. La sensazione di non aver letto mai abbastanza coglie solo chi normalmente ha letto molto, ma nessuno può aver letto tutto (Umberto Eco).
    Sebbene il fuoco sacro spinga a nuove letture, spesso mi soffermo ancora su Omero, sembra incredibile, ma a volte ho l’impressione che abbia inventato tutto l’essenziale letterario….
    Un abbraccio.
    Gianjcarlo.

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    1. Giancarlo è proprio vero…
      Io ripenso a tutte quelle letture fatte a scuola che all’epoca tormentavano i miei pomeriggi perchè il desiderio di uscire era superiore a quello di chinarmi sul passato.
      Però poi vedi che tutti in un modo o nell’altro torniamo a Itaca!
      Un grande abbraccio a te!

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  3. calvino è sempre un grande.
    da ragazzo, nella mia voracità, a volte ero tormentato dall’idea che non bastasse una vita per leggere tutto quello che c’è da leggere. a volte la delusione più grande è stata scoprire che dietro gli scrittori ci sono degli uomini, ma questo non vale per i più grandi, perché i grandi scrittori sono solo veicoli per le loro storie, sono delle antenne, non fanno altro che captare e trasmettere.
    ma tutto questo non c’entra niente, forse.
    bel post!

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    1. Capisco quello che dici sulla delusione per l’uomo-scrittore. Credo che un mio errore invece nella lettura di un libro sia l’identificazione con un personaggio o con parte della storia. Forse dovrei essere solo lettrice e non donna-lettrice (magari in questo caso sarebbe lo scrittore a essere deluso da me 😉 )
      Grazie Swann 😀

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  4. “Il fatto di non conoscere, infatti, mi spinge verso la curiosità di sapere, di apprendere, di imparare.”
    Una frase cosi viene detta solo quando si inizia a crescere veramente… perchè è vero, in gioventù, il sapere si apprezza a momenti. Bellissimo post!

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  5. Io sono l’ignoranza per eccellenza.
    Non ho mai letto i classici; ogni volta che ne prendevo in mano uno, leggevo qualche pagina e poi lasciavo perdere. Credo che molti libri, per essere apprezzati, debbano essere letto nel giusto periodo e con la giusta mentalità. Io ho da poco letto, su consiglio di un caro amico, “Barnabò delle montagne” di Buzzati; dieci anni fa non gli avrei dato neanche una leggera sfogliata, mentre ora l’ho letto in due serate.

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    1. Credo che la cosa fondamentale sia avere la curiosità verso la lettura di ogni genere. Certo è che in passato alla domanda “ma come non hai letto xxxx di yyyy?” io rimanevo a bocca aperta dopo un tremolante e sussurato “no”.
      Oggi sono convinta che la mia ignoranza sia una risorsa, un’alleata alla volontà, una sorella della curiosità. Una sorta di coloroto gomitolo di lana tra le mie mani che aspetta di essere filato.
      A volte poi sono i libri che chiamano noi e non il contrario…
      Un saluto (anche a Jeffrey) e grazie del passaggio! 🙂

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  6. Mi hai fatto venire in mente due cose, che forse non c’entrano niente o forse sì.
    La prima è che io di Dickens non ho mai letto nulla, che se uno mi parla di Dickens a me viene in mente Il GGG di Roald Dahl, quando dice:
    «E come ha imparato a scrivere?»
    «Io l’ha letto e riletto centinaia di volte» spiegò il GGG, «e ogni volta che lo rilegge impara qualche parola nuova che mi esercita a scrivere. È una storia smaccheramellosa!»
    Sofia prese il libro dalla mano del gigante:
    «Nicholas Nickleby» lesse ad alta voce.
    «Di Dahl’s Chickens» precisò il gigante.
    Ecco. La seconda cosa che mi hai fatto venire in mente, Massimo Troisi:

    ( 🙂 )

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      1. (nel mio commento doveva esserci un link, alla fine, che credevo ci fosse e invece non lo vedo più, mi viene il dubbio. Che poi non è importante che ci sia ancora, è più importante che tu l’abbia visto, che se no poi mi sa che non si capisce mica, la seconda cosa)
        Da piccolo leggevo sempre le confezioni dei cereali, mentre facevo colazione. Storie, slogan, ingredienti, valori nutrizionali, informazioni sull’azienda, tutto. Le trovavo avvincenti.
        Grazie a te, è un piacere passare.

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