La Statua di sale

Ci sono storie che devi raccontare in punta di piedi, con delicatezza e rispetto.

Ci sono storie che hai paura di raccontare. Ma che devi raccontare.

Questa è una di quelle. E’ la storia di mia nonna.

Si chiamava Maria Teresa, proprio come me, ed è morta a 70 anni, la metà dei quali trascorsi in un ospedale psichiatrico, ricoverata per “psicosi da puerperio”, quella che oggi possiamo chiamare “depressione post partum”.

L’ignoranza dei medici e la vergogna dei familiari ha condannato mia nonna ad una vita-non vita, ha condannato una madre a non fare la madre, ha condannato due figlie a non essere figlie, un marito a non essere un compagno ma soprattutto a non saper fare il padre, e tutto perché all’improvviso Maria Teresa non era più la donna che gli altri riconoscevano, non era la madre che avrebbe dovuto essere, la moglie che avrebbe dovuto essere.

Gli anni in manicomio hanno fatto sì “che lo zoppo imparasse a zoppicare”trasformando la capacità di soffrire di una donna,  nell’incapacità di intendere e di volere di una malata.

Avevo sedici anni quando ho scoperto tutto questo. La reticenza, la rabbia e gli occhi tristi di mia madre mi hanno spinto a cercare una risposta a tutte le domande che le ponevo ma su cui era evasiva. Mia nonna era viva? Era morta? Perché non andavamo mai a casa sua? Perché non avevamo una sua fotografia?

Alla fine la testardaggine di una adolescente ha vinto sui segreti e da quel momento la libertà della verità ha sciolto ogni riserva e timore da parte di mia madre che finalmente, potendo piangere, mi ha raccontato la sua esperienza.

Ho saputo che mia nonna dopo la nascita di mia madre e mia zia era stata male, stava a letto e non faceva nulla (non infornava neanche il pane… un’attività fondamentale, suppongo, per essere ritenuta dalla sua famiglia un grave sintomo di malattia), le portavano mia madre obbligandola a farsi spazzolare i capelli, cosa che lei ha sempre detestato poi da adulta, fino a quando la situazione è stata evidentemente troppo pesante da gestire e perciò scaricata ad un’assistenza sanitaria che tutto ha fatto tranne riconoscerle la depressione.

Il resto è stato un susseguirsi di ricoveri in strutture psichiatriche che hanno definitivamente allontanato mia nonna dalla sua famiglia e dal mondo.

Crescendo mia madre ha iniziato ad andare da lei nei giorni di visita consentiti ma mia nonna non la riconosceva e non parlava più.

Quando ho scoperto tutto, anche io sono stata ammessa alle visite ma erano già trascorsi tanti anni di manicomio e nella ingenua speranza dei miei sedici anni, ero convinta che sarei stata capace di farla uscire fuori dai silenzi e di restituirle la dignità di una memoria.

Così non è stato. Per mia nonna sono rimasta “la ragazza dalle mani fredde”che la riempiva di parole, che riusciva a strapparle un sorriso, che le teneva compagnia nei pomeriggi domenicali e che ha avuto la fortuna di sentirla parlare qualche volta.

L’ho potuto fare solo per tre anni perché poi è morta.

Mamma è cresciuta privata dell’affetto di sua madre ma ancora peggio con l’idea che quanto accaduto fosse vergognoso; “la mamma di Rosetta è una statua di sale” così le dicevano quando era piccola e credo che sia un peso troppo grande per una bambina comprendere perché non hai una mamma che faccia la mamma.

Non aver riconosciuto i sintomi della “depressione post partum” ha condizionato i destini di tante persone, ha fatto sì che qualche cosa di curabile diventasse irreversibile. E’ vero è successo tanto tempo fa in un’epoca in cui il supporto psicologico forse era riservato a pochi e benestanti; la maternità era trascurata ed in campo medico tante cose ancora erano sconosciute.

Ma non posso fare a meno di pensare che se mia nonna fosse stata aiutata nel modo giusto avrebbe continuato a infornare il pane ancora per molti anni, avrebbe visto le sue figlie sposarsi, avrebbe conosciuto i suoi nipoti e avrebbe spazzolato i miei di capelli.

Spesso mi sono chiesta quanto nonna sia stata capace di capire il tempo, lo spazio ed il luogo in cui si è trovata durante tutti quegli anni e non potrò mai scordare quando, in una delle mie ultime visite mi disse:”Questo non è il posto per me”.

Mita

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20 pensieri riguardo “La Statua di sale

  1. Un brivido,
    la tua storia mi tocca personalmente.
    Cambia la protagonista e cambiano fortunatamente i tempi, condizionando la diversa evoluzione della malattia.
    Mi dispiace molto per il dolore dit ua madre e per la negazione alla maternità che tua nonna ha vissuto.
    Un abbraccio :*

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    1. Ha condizionato la vita di molte persone quanto accaduto. ..
      Anche oggi legare la maternità alla depressione è per molte donne tabù, tempo fa scrivevo in un blog che si occupava di questo e credimi ancora si prova vergogna nel sentirsi fragili…
      Un abbraccio a te!
      È stato davvero un grande piacere conoscerti ieri! :*

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  2. Brava per averlo raccontato! Non tutti sono disposti, nonostante sia il 2014, ad ammettere che la depressione post partum esiste e non è una cosa di cui vergognarsi ma anzi bisogna aiutare chi ne soffre! Un abbraccio!:)

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  3. Il dolore di tua madre ma anche quello di tua nonna sono stati immensi. Lei se ne rendeva conto se è stata in grado di dirti che quello non era il suo posto. Tu l’hai raccontato in punta di piedi, come conviene a casi come questi. ❤
    So cosa significa non tanto l'ambiente psichiatrico, ma curare una malattia psichiatrica come l'Alzheimer. Non entro in dettagli, che sono comunque intuibili, ma ho accudito la mia nonna/mamma in casa fino alla sua morte a 89 anni. La "mia bambina", così la chiamavo nell'ultimo periodo della sua vita. Forse (io ne sono certa) in un centro psichiatrico non avrebbe vissuto così a lungo. Non sarebbe stato il suo posto; lei non poteva dirlo, ma sono convinta che poteva provare questa sensazione esattamente come la tua nonna.
    Un grande abbraccio Mita ❤
    Primula

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    1. Grazie Primula per avere condiviso anche la tua esperienza! Sai tanti dettagli io non li conosco, mia madre non riusciva a raccontare molto.
      L’ho rispettato ma è come se così mancasse a me la memoria…
      Per fortuna ho conosciuto mia nonna quando poi i manicomi sono stati chiusi, conoscendo lei ho imparato a conoscere meglio anche mia madre.
      Un bacio grande e un abbraccio! :*

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  4. Per fortuna con tutte le sue carenze la legge Basaglia è riuscita ad arginare e rimediare chiudendo le strutture talvolta atroci che erano i nosocomi di cui le donne come spesso accade anello debole della società hanno fatto le spese.
    Mi spiace dirti il piacere di averti incontrata in un post così delicato.
    sherazade

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    1. Shera grazie… tante storie sono rimaste chiuse dietro le “sbarre dei matti”. A modo mio cerco di restituire la dignità a una donna, a una nonna, a una madre.
      Il mio piacere è di averti incontrata anche sabato!

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    1. Ho sempre parlato di mia nonna senza nascondere nulla fin dal momento in cui ho saputo… di sicuro è stato un collante molto forte tra me e mia madre. Ha aiutato di sicuro…. grazie lila! Ricambio con un altro fortissimo abbraccio!

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