Piera si sposa

 

Marco salì come al solito sull’autobus e prese posto tra le file dietro.

Le quattro fermate d’attesa prima di scendere a quella di fronte al Tribunale erano per lui un’attesa da colmare in disparte, lontano dalle voci chiassose degli studenti che ogni mattina a quell’ora affollavano l’autobus.

Come ogni giorno vide salire anche lei.

Marco constatò che l’aria più tiepida della primavera le aveva fatto abbandonare il suo cappotto color cammello ed oggi, per la prima volta, la vedeva indossare una giacca leggera.

Anche lei come Marco aveva il suo posto e la sua stessa fermata, gli sedeva sempre di fronte dandogli le spalle e lui, durante tutti questi mesi, aveva visto crescerle i cappelli, modificarne il colore, era riuscito ad indovinare anche quello che aveva mangiato per colazione perché il profumo del caffè o l’odore della marmellata le rimanevano tra i capelli per almeno un quarto d’ora.

Marco poteva dire di conoscere quella donna molto meglio di alcune sue colleghe dello studio legale.

Sapeva, infatti, a memoria molti dei suoi vestiti ed aveva intuito di lei gli aspetti di un carattere un po’ frettoloso e disorganizzato soprattutto quando l’accostamento dei colori o l’uso di un accessorio sembravano il risultato di una scelta operata da mani cieche e veloci.

Quella mattina, salendo sull’autobus, per la prima volta lei si guardò attorno ed appena lo vide fece qualche passo verso di lui.

-“E’ libero questo?”- gli chiese indicando il posto a fianco.

Marco si sorprese.

Di certo non si aspettava questa interruzione nelle sue abitudini quotidiane, così ci mise un poco prima di rispondere.

-“Si è libero”- le rispose alla fine guardandola.

Non era mai riuscito a vedere bene i suoi occhi.

Erano chiari, ma questo già lo sapeva, i pochi istanti che passavano da quando lei entrava  a quando si sedeva erano stati sufficienti per scoprirlo, ma non era mai stato capace di dire se fossero verdi o cerulei.

Questa volta, però, poteva affermare con assoluta certezza che i suoi occhi erano verdi con delle pagliuzze castane che rendevano il suo sguardo trasparente.

Alla prima fermata non si erano ancora rivolti la parola e fu improvviso l’attimo in cui lei gli disse:

-“Tra qualche giorno mi sposo!”-

Marco si girò verso di lei.

-“Come, scusi?”- le domandò, ma non perché non avesse sentito.

Lo chiese più per lo stupore che una sconosciuta facesse una confidenza del genere ad uno sconosciuto.

-“Ho detto che mi sposo…”- lei ripeté quasi sottovoce, senza alcuna espressione nel viso, come se stesse leggendo un cartellone pubblicitario che le stava passando davanti.

-“Tanti auguri”- non seppe che altro dire e subito se ne pentì odiando la sua banalità e cercando nella mente qualche frase che fosse meno scontata.

Non la trovò.

-“Io sono Piera”- lo informò quando arrivarono alla seconda fermata e finalmente sorrise.

Si presentò anche lui, aveva voglia di parlare con lei e questo gli parve strano.

Non capiva il motivo del suo interesse verso di lei, perché Piera -pensava Marco- non era di certo una donna da far girare la testa.

Quello che colpiva in lei era il suo atteggiamento distratto verso il mondo, le cose sembravano sfiorarla appena, pareva muoversi leggera ed illuminata come una piccola lucciola.

Aveva mille domande che voleva farle ma temeva di essere frainteso ed il suo carattere introverso non lo spingeva a rischiare.

Anche per questo aveva faticato un po’ prima di diventare avvocato.

Gli mancava la spigliatezza e l’intraprendenza dei suoi colleghi e ce ne aveva messo di tempo per capire ed accettare che l’idea di giustizia non è la giustizia, ma quasi sempre è appunto solamente un’idea.

Alla fine, però, ce l’aveva fatta.

Almeno sul lavoro era stato capace di adattare il suo carattere, come la cravatta sulla camicia ed entrambi non erano troppo stonati  in quell’ambiente.

La sua vita privata, invece, rimaneva immobile.

Temeva di doversi adattare anche in quella e – si ripeteva- almeno lì voleva sentirsi libero e senza finzioni.

Fingere per lui era faticoso, lo era quasi fisicamente, e le volte in cui lo aveva fatto si era sentito stanco fino alla spossatezza.

Ma con Piera non voleva fingere e forse lei lo aveva capito se continuava a stare seduta accanto a lui anche in silenzio.

-“Siamo quasi arrivati alla nostra  fermata”- disse lei interrompendo quei pensieri.

Marco vide dal finestrino il Tribunale poco distante e la realtà gli apparve in quel momento insopportabile.

La quarta fermata è nessuno dei due si alzò.

Le porte dell’autobus si richiusero e loro non scesero.

-“Non so perché l’ho fatto”- sussurrò Marco come fosse una confidenza domenicale.

-“Perché lo volevi”- replicò Piera.

Ed a Marcò sembrò più una rivelazione che una risposta banale.

-“Adesso dove andiamo?”- continuò lei, sorridendo di primavera.

Il suo sguardo, quando parlava, sembrava sospeso in aria e Marco sentiva chiaramente che attraverso quegli occhi poteva arrivare dovunque.

Era molto di più di una sensazione, di una semplice percezione.

Era uno stato fisico che assomigliava quasi al dolore per la sua intensità.

Non sapeva cosa risponderle perché- pensava- ogni altro posto gli sarebbe apparso meno bello di quello e Marco aveva paura di staccare le loro immagini da lì, come se temesse che, scendendo dall’autobus, l’aria del giorno li avrebbe dissolti.

-“Perché non restiamo qui?”- propose allora Marco.

-“Qui?”Seduti su un autobus?”- rispose Piera divertita.

-“Beh… si sta comodi”-si giustificò Marco.

-E quando arriveremo al capolinea?”- chiese Piera.

-“Saliremo su un altro autobus e torneremo indietro!”-rispose Marco vittorioso.

Piera non rispose ma sorrise di nuovo e per Marco era sufficiente per capire che accettava.

-“Tu sei felice?”- domandò poi seria Piera.

-“Intendi adesso o in generale?”- rispose Marco e si accorse che era spaventato.

-“Adesso”-

-“Credo… credo di si…”-

-“Anch’io lo sono e non so bene il perché”- disse Piera – ” Credi che dovrei esserlo?”-

Marco voleva risponderle di si, che era giusto che si sentisse felice perché pure lui lo era, che non importava sapere il perché, che non gli interessava scoprire il motivo della sua felicità e della consapevolezza, attraverso essa, di essere vivo.

Voleva dirglielo, anzi voleva urlarglielo ma non lo fece.

Riusciva solamente a guardare la mano di lei che scostava i capelli dal suo viso, per poi tornare ad incorniciarlo.

-“Forse due solitudini possono creare la felicità…” -Piera parlò rivolta al finestrino e Marco seguì il suo sguardo ma lo perse subito nella vivacità del mondo che stava fuori.

Ecco un’altra fermata.

Salirono poche persone: una donna con le buste della spesa, qualche anziano e due ragazzini con gli zaini che si tenevano per mano, ancora sudati per la corsa e negli occhi una frenesia eccitata per aver infranto una regola.

Piera e Marco li guardarono con attenzione.

Era una loro abitudine osservare chi saliva sull’autobus. Lo facevano ogni mattina ed era per loro rassicurante, perché attraverso la quotidiana identificazione  riconoscevano la loro stessa vita.

Ma oggi, per un attimo, quegli sconosciuti si erano intromessi non solo nel loro autobus, ma si erano inseriti anche nelle loro certezze e nei loro equilibri.

-“Devo chiederti una cosa”- intervenne Marco.

-“Che cosa?” –

-“Perché mi hai detto che ti sposi?”-

-“Perché è la verità”- rispose Piera- “…e poi perché non ci rivedremo più!”- lo disse piano, quasi con vergogna.

A Marco sembrò con tristezza.

-“Quando mi sposerò andrò ad abitare lontano e non salirò più su quest’autobus”- si giustificò lei.

Marco riuscì soltanto a regalarle la perfezione di un assoluto silenzio, perché non c’erano parole che potevano scaldare la mano che lo stava stringendo.

E’ strano l’addio di due sconosciuti ed è molto più lungo della loro presentazione.

-“Capolinea!” –

Il grido fu improvviso e squarciò il tempo.

-“Dobbiamo scendere!-” disse Marco e annuendo Piera lo seguì.

Camminarono vicini fino all’autobus che li avrebbe riportati indietro.

-“Presto! Questo sta partendo. Sbrighiamoci”- indicò Marco e precedendola salì.

Le porte si richiusero e l’autobus partì.

Solamente quando si fu seduto si accorse di essere da solo.

Dal finestrino vide Piera ferma lì fuori, con le mani nelle tasche della sua giacca leggera.

La vedeva allontanarsi e rimpicciolirsi sempre di più.

Sempre più piccola, fino a quando non la vide brillare come una lucciola e poi non la vide più.

Mita

 

 

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