Tra forma e sostanza

(Foto personale)

Come essere tra forma e sostanza, qui mi indecide l’attrazione tra questo odore salino che subito la mente fa l’incavo del tuo braccio quando, dopo, sono quella costola mancante e la terra rivoltata dai poveri, dove il futuro è ancora un’intuizione nel ventre e io posso credermi qualunque nascita.
Talmente poi mi confonde la bellezza attorno che è un attimo avere la certezza che del sud un dio abbia voluto farne un’asola dell’anima per congiungervi la carne.

Quando ti appoggi sugli occhi

(Foto personale)

Quando ti appoggi sugli occhi io non ho il coraggio di muoverli, come se soltanto lì tu fossi piena e dentro quella trasparenza ci fosse per noi il tempo fermo di un altro incontro.

Quando ti appoggi sugli occhi ed è sera tu mi fai male, come se fosse una colpa qui essere viva e poi tremo che sembro un petalo di carta velina.

Quando ti appoggi sugli occhi un po’ traballi, come una risata sugli spruzzi di mare, e mi bagni la faccia e la carne morsa.

Quando vieni e ti appoggi sugli occhi è con lentezza che poi da me ti lasci, come la mano dal sonno fresco dei bambini.
(Per quanto tempo possa trascorrere niente di te mi abbandona)

Resina

(Foto personale)

Gli alberi si curano da soli. Così lei credeva e anche quella resina, che sapeva incollarle gli occhi, avrebbe potuto dirsi la prova che i suoi piedi bene avevano radicato alla promessa, eppure per ogni fruscìo calato dal cielo ancora nell’anima pareva spigrirsi l’odio. 

Seppi dopo

(Foto personale)

Seppi soltanto dopo la mia storia, quando imparai che non bastavano più le mie dita ai conti e avrei voluto allora corti rami di pero selvatico al loro posto e su ognuno bianchi corimbi eretti, per credere che il tempo immacola anche in mezzo alle spine, e frutta come un ventre.

La sfacciata contentezza marzo 2015

(Foto personale)

Adesso che l’età inizia a essere generosa nella memoria, io mi ricordo di quando con me ti muoveva la stessa voglia dei gattini ciechi di luce di seguire soltanto l’odore della sottana della natura, e la contentezza al tuo nutrirti indovinato m’ingoiava, la stessa che in primavera dalla mia bocca piccola calava sugli sfacciati sucamèli.
(Marzo 2016- Quando ricomincia primavera mi ritrovo sui passi questi fiori che da piccola chiamavo sucamèli perché, staccandoli, li succhiavo. Sotto casa mia c’era un prato grandissimo e il loro giallo lo inondava. Ogni volta che li guardo ripenso a quando ci correvo in mezzo fino all’unico mandorlo che in mezzo svettava e a un bambino che per me vi si arrampicò per rubare dai suoi rami il frutto. Ci sono sfacciate contentezze che vengono da lontano)

Criceti

(Questa è la copertina del libro all’interno del quale è presente un mio racconto. Sono felice di condividerlo con voi e invitarvi alla lettura!)

C’è una cosa che unisce i nostri antenati preistorici alla nostra condizione di uomini moderni: il lavoro. Non esiste un app per evitarlo, è una costante, un buco nell’evoluzione umana: abbiamo perso la coda, non la necessità di avere uno stipendio. È buffo però come nei secoli il concetto di lavoro non sia mai stato osservato da un punto di vista intimo, preferendo sempre quello collettivo. I nostri colleghi, i nostri datori di lavoro, i nostri clienti, sono le persone con cui passiamo la maggior parte delle nostre giornate, eppure per qualche ragione che ci sfugge, non gli si dedica tanta attenzione come alla famiglia per esempio, con cui trascorriamo un paio di ore al giorno, quando siamo fortunati. In un’epoca in cui il lavoro è diventato solo una percentuale, e le grandi case editrici pubblicano biografie di chef, calciatori ed ex attrici di serie B, noi vogliamo tentare di capire cosa si nasconde nella realtà delle nostre banali quotidianità lavorative, cosa diventiamo quando esercitiamo le nostre professioni, quando una professione la cerchiamo o quando tentiamo semplicemente di sopravvivere.

Ci proviamo attraverso otto racconti, a volte veri e propri resoconti a volte versioni romanzate di esperienze vissute. Un modo come un altro per lasciare una testimonianza, in un secolo in cui sappiamo tutto su come allevare i criceti e niente su come vivere felici.

Ad appena un click https://www.amazon.it/Criceti-correre-senza-andare-nessuna-ebook/dp/B06XJKFFKT/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1489491051&sr=8-2&keywords=Criceti+libro  dalle vostre case, il libro che vi ridarà una una coscienza. 

Di classe.

Non sono abbastanza

(Foto personale)

Non sono abbastanza le dita strette attorno a quel bocciolo, capino alzato a lode di prossima vita né i denti, come ceri messi in fila pronti a cantare messa nè il sale commosso delle mie stelle cispose al mattino.
Non sono abbastanza le danze raccolte tra quei capelli che sono senza vezzo e che ti fanno nido come trucioli di legno vergine.
Non sono abbastanza neanche gli occhi, o i nervi tesi delle sere di giugno, la bocca corolla per l’ape, i fianchi manici d’acqua dolce.
Per divenire tra le tue mani dovrei farmi niente, come fu prima il mondo nella mente di Dio.

(Nota: ci sono cose che scrivo che sono in realtà degli stralci di un intero che non è definito, mi capita a distanza di tempo di aggiungere “pezzi” come in questo caso. A quasi un anno di distanza ho avuto in testa parole precedenti ad altre. Le ho volute unire in questo post e mi piacerebbe se in futuro altre ancora se ne aggiungessero.)

Voci precedenti più vecchie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: