La sfacciata contentezza marzo 2015

(Foto personale)

Adesso che l’età inizia a essere generosa nella memoria, io mi ricordo di quando con me ti muoveva la stessa voglia dei gattini ciechi di luce di seguire soltanto l’odore della sottana della natura, e la contentezza al tuo nutrirti indovinato m’ingoiava, la stessa che in primavera dalla mia bocca piccola calava sugli sfacciati sucamèli.
(Marzo 2016- Quando ricomincia primavera mi ritrovo sui passi questi fiori che da piccola chiamavo sucamèli perché, staccandoli, li succhiavo. Sotto casa mia c’era un prato grandissimo e il loro giallo lo inondava. Ogni volta che li guardo ripenso a quando ci correvo in mezzo fino all’unico mandorlo che in mezzo svettava e a un bambino che per me vi si arrampicò per rubare dai suoi rami il frutto. Ci sono sfacciate contentezze che vengono da lontano)

Criceti

(Questa è la copertina del libro all’interno del quale è presente un mio racconto. Sono felice di condividerlo con voi e invitarvi alla lettura!)

C’è una cosa che unisce i nostri antenati preistorici alla nostra condizione di uomini moderni: il lavoro. Non esiste un app per evitarlo, è una costante, un buco nell’evoluzione umana: abbiamo perso la coda, non la necessità di avere uno stipendio. È buffo però come nei secoli il concetto di lavoro non sia mai stato osservato da un punto di vista intimo, preferendo sempre quello collettivo. I nostri colleghi, i nostri datori di lavoro, i nostri clienti, sono le persone con cui passiamo la maggior parte delle nostre giornate, eppure per qualche ragione che ci sfugge, non gli si dedica tanta attenzione come alla famiglia per esempio, con cui trascorriamo un paio di ore al giorno, quando siamo fortunati. In un’epoca in cui il lavoro è diventato solo una percentuale, e le grandi case editrici pubblicano biografie di chef, calciatori ed ex attrici di serie B, noi vogliamo tentare di capire cosa si nasconde nella realtà delle nostre banali quotidianità lavorative, cosa diventiamo quando esercitiamo le nostre professioni, quando una professione la cerchiamo o quando tentiamo semplicemente di sopravvivere.

Ci proviamo attraverso otto racconti, a volte veri e propri resoconti a volte versioni romanzate di esperienze vissute. Un modo come un altro per lasciare una testimonianza, in un secolo in cui sappiamo tutto su come allevare i criceti e niente su come vivere felici.

Ad appena un click https://www.amazon.it/Criceti-correre-senza-andare-nessuna-ebook/dp/B06XJKFFKT/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1489491051&sr=8-2&keywords=Criceti+libro  dalle vostre case, il libro che vi ridarà una una coscienza. 

Di classe.

Non sono abbastanza

(Foto personale)

Non sono abbastanza le dita strette attorno a quel bocciolo, capino alzato a lode di prossima vita né i denti, come ceri messi in fila pronti a cantare messa nè il sale commosso delle mie stelle cispose al mattino.
Non sono abbastanza le danze raccolte tra quei capelli che sono senza vezzo e che ti fanno nido come trucioli di legno vergine.
Non sono abbastanza neanche gli occhi, o i nervi tesi delle sere di giugno, la bocca corolla per l’ape, i fianchi manici d’acqua dolce.
Per divenire tra le tue mani dovrei farmi niente, come fu prima il mondo nella mente di Dio.

(Nota: ci sono cose che scrivo che sono in realtà degli stralci di un intero che non è definito, mi capita a distanza di tempo di aggiungere “pezzi” come in questo caso. A quasi un anno di distanza ho avuto in testa parole precedenti ad altre. Le ho volute unire in questo post e mi piacerebbe se in futuro altre ancora se ne aggiungessero.)

Fuori stagione

(Foto personale)

Il sapore fuori stagione confonde quella lingua che è irrequieta all’attesa, la imbriglia al tempo finto di primavera e la tiene in obbedienza al gusto ingannevole del desiderio.
Io ero un frutto d’inverno, il sudore dell’arancia sulle labbra fesse dal freddo ma cos’altro potevo essere nei giorni in cui al nespolo tocca soltanto fiorire?

 
(Nota: il post non è nuovo ma mi piace condividerlo ancora per chi non lo ha letto e per chi invece conoscendolo ha voglia di rileggerlo. E anche perché mi piace ritrovarmi ancora nelle mie parole)

Disossata  (vecchio post)

Potrei raccontarlo in una storia cosa sono in questo tempo che ci è caduto addosso così da non sembrare mio o tuo o nostro. Metterlo tra le parole come fosse un odore dentro il pesce al forno, che se non lo vedi neanche il gusto lo distingue.
Potrei farlo, così non farebbe troppo male perchè la vita quando è letta ti pare solo una finzione, resta il dubbio sì, però chi se ne frega se sopra il rigo non ci sta scritto un nome.
Ma ho una mano mediocre e terrei più fermo un coltello per imparare a dissossare un pollo e, senza raccontarlo, tu capiresti che sono quella carne cruda e molle.

Il peso delle lune

(Foro personale: Bozzetto per decoro-Ghenosart)

Su di me il peso delle lune ha ammorbidito il miracolo di ogni dio e tuttavia sempre vergini ritornano i miei seni nelle tue mani, due ripari di foglie d’acanto.
Se ci penso io respiro lontano ed è come soffiare la zagara al mare che si meraviglia di riuscire a fare l’amore con l’aria.

Stralcio di una storia mai scritta 

(Foto personale)

… chiuse gli occhi e niente fu più bello che immaginare la luce spingerle sul petto come un palmo tenuto aperto che sa del tempo necessario per penetrare dentro, a lei che mai bastava d’essere scaldata.
Intanto seminava voti perchè si asciugasse, vinta, pure la sua lingua.

Voci precedenti più vecchie

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